Petrolio a 100 dollari: chi ci guadagna davvero? (Spoiler: non sei tu)

Prezzo del petrolio in aumento: chi ci guadagna davvero? Analisi semplice tra geopolitica, USA e impatto diretto su Italia e consumatori.

“Gli Stati Uniti sono il più grande produttore di petrolio al mondo. Quindi quando i prezzi salgono, guadagniamo un sacco di soldi.”
Così Donald Trump ha commentato su Truth Social mentre il Brent sfiorava i 100 dollari al barile. Un’affermazione che, a prima vista, sembra logica: prezzo alto = più profitti. Ma come spesso accade in economia, la realtà è molto più complessa. Perché quando il petrolio sale, non tutti guadagnano allo stesso modo. Anzi, spesso accade il contrario.

Prezzi in salita: cosa sta succedendo davvero

Per capire chi guadagna, bisogna partire dal contesto. Il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno avviato un’operazione militare contro l’Iran, e pochi giorni dopo, il 4 marzo, Teheran ha chiuso lo Stretto di Hormuz, un passaggio strategico da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale. La reazione dei mercati è stata immediata. Il Brent è passato da 77 dollari a oltre 108 dollari al barile in meno di tre settimane. Un aumento di oltre 40 dollari che si è riversato rapidamente su benzina, diesel e bollette.

Negli Stati Uniti i prezzi alla pompa sono saliti nel giro di poche settimane. In Italia la situazione non è stata diversa: rincari su carburanti e trasporti, con il governo costretto a intervenire con un taglio temporaneo delle accise per contenere l’impatto. Ma si tratta di soluzioni tampone, perché il problema è strutturale e legato agli equilibri globali.

Ed è proprio qui che nasce il dubbio sulla frase di Trump. Sì, il petrolio caro genera più entrate per chi lo produce. Ma allo stesso tempo crea un effetto a catena su tutta l’economia: aumentano i costi di trasporto, produzione e consumo. Quindi la vera domanda non è “il petrolio alto fa bene?”, ma “a chi fa davvero bene?”.

Gli USA guadagnano… ma pagano anche il conto

È vero: gli Stati Uniti sono il primo produttore mondiale di petrolio. Nel 2025 hanno raggiunto un record di 13,6 milioni di barili al giorno, grazie soprattutto al fracking. Questo significa che con prezzi sopra i 100 dollari, le grandi compagnie come Chevron ed ExxonMobil aumentano i profitti in modo significativo. Da questo punto di vista, Trump ha ragione: il settore energetico americano beneficia del petrolio caro.

Ma c’è un problema enorme che spesso viene ignorato: gli Stati Uniti importano ancora moltissimo petrolio. Nel 2025 hanno importato circa 2,2 miliardi di barili. Se il prezzo sale di 20 dollari al barile, significa 44 miliardi di dollari in più di costi annuali. Non entrate, ma uscite. E questi costi si trasferiscono direttamente sull’economia reale: benzina più cara, inflazione più alta, maggiore pressione sui consumatori.

Quindi quel “we make a lot of money” va letto con attenzione. Chi è quel “we”? Le compagnie petrolifere sì. Gli azionisti anche. Ma il cittadino medio americano no. Anzi, è proprio lui a pagare il prezzo più alto.

In più, gli USA dipendono ancora da fornitori esteri, soprattutto Canada (circa il 60%) e Messico (circa il 5%). Questo crea un equilibrio geopolitico delicato: chi vende ha potere negoziale. Non a caso, alcune scelte politiche recenti possono essere lette anche come tentativi di riequilibrare questi rapporti energetici.

L’Italia paga (e paga tanto)

Se per gli Stati Uniti la situazione è complessa, per l’Italia è ancora più critica. Il nostro Paese importa circa il 93% del petrolio che consuma. Questo significa una cosa molto semplice: non abbiamo controllo sui prezzi. Subiamo.

Le principali forniture arrivano da Libia (24,2%), Algeria e Azerbaijan, e gran parte del petrolio passa attraverso rotte sensibili come il Mediterraneo e il Canale di Suez. Quando il Medio Oriente si destabilizza o lo Stretto di Hormuz si blocca, i costi logistici aumentano e le forniture diventano più difficili. Il risultato? Prezzi più alti alla pompa.

Negli ultimi anni, inoltre, anche gli Stati Uniti sono diventati un fornitore sempre più importante per l’Italia, passando dal 2,3% nel 2021 al 10,6% nel 2024. Questo significa che la politica energetica americana ci tocca direttamente.

E chi ci guadagna davvero quando il petrolio sale? I numeri parlano chiaro. Nel 2022, durante un altro picco dei prezzi, le principali compagnie petrolifere mondiali hanno registrato quasi 200 miliardi di dollari di profitti. Una parte significativa di questi guadagni è finita nelle mani degli azionisti più ricchi.

Il meccanismo è semplice: quando il prezzo sale, i benefici si concentrano su chi produce e possiede. I costi, invece, si distribuiscono su tutti. Consumatori, famiglie, imprese.

E se lo scenario peggiorasse? Con lo Stretto di Hormuz chiuso, alcuni analisti ipotizzano prezzi fino a 200 dollari al barile. In quel caso, la benzina in Italia potrebbe superare ampiamente i 2 euro al litro. Gli interventi governativi, come il rilascio delle riserve strategiche, possono rallentare la salita, ma difficilmente fermarla.

Conclusione

Alla fine, la risposta è meno intuitiva di quanto sembri. Il petrolio caro non è “buono” o “cattivo” in assoluto: dipende da dove ti trovi nella filiera. Le compagnie guadagnano. Gli azionisti guadagnano. Ma il consumatore medio, negli Stati Uniti come in Italia, paga il conto.

Il “noi” di Trump è quindi selettivo. E questa è forse la lezione più importante: nei momenti di crisi, i benefici si concentrano sempre su pochi, mentre i costi si distribuiscono su tutti.

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