Guerra, inflazione e tensioni geopolitiche dovrebbero far salire l’oro. Eppure il prezzo sta scendendo. Ecco cosa sta succedendo.

Per anni ci siamo sentiti ripetere una regola apparentemente semplice:
quando aumenta l’incertezza, l’oro sale.
Eppure nelle ultime settimane i mercati stanno raccontando una storia diversa.
Nonostante le tensioni geopolitiche in Medio Oriente, la crisi energetica e i timori di nuova inflazione, il prezzo dell’oro non solo non è esploso… ma a tratti è addirittura sceso.
Dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran il 2 marzo 2026, il future sull’oro quotato al COMEX si trovava intorno ai 5.294 dollari l’oncia. In teoria un evento del genere avrebbe dovuto spingere ancora più investitori verso il principale bene rifugio globale.
E invece il 26 marzo il Gold COMEX è sceso fino a circa 4.375 dollari l’oncia, per poi stabilizzarsi a fine aprile intorno ai 4.585 dollari.
Ma allora perché l’oro non si sta comportando come molti si aspettavano?
L’oro non reagisce solo alla paura
Storicamente l’oro viene considerato un bene rifugio perché rappresenta una riserva di valore indipendente dalle singole economie e dalle banche centrali. Durante crisi finanziarie, guerre o forti instabilità, molti investitori tendono a spostarsi verso asset percepiti come più sicuri.
È successo durante la crisi del 2008 e anche nella pandemia del 2020, quando il prezzo dell’oro aumentò fortemente.
Ma questo non significa che l’oro salga automaticamente ogni volta che il mondo entra in crisi.
Il motivo è semplice: il prezzo dell’oro dipende da molti fattori contemporaneamente.
Non solo dalla paura.
Uno dei più importanti è il livello dei tassi di interesse.
A differenza di un’obbligazione o di un conto deposito, infatti, l’oro non produce rendimenti periodici. Non paga cedole, interessi o dividendi. Chi compra oro guadagna solo se in futuro qualcuno sarà disposto a pagarlo di più.
Ed è qui che entra in gioco il cosiddetto costo opportunità.
Se oggi i titoli di Stato americani iniziano a offrire rendimenti elevati, molti investitori preferiscono spostarsi verso strumenti che garantiscono un ritorno concreto invece di detenere oro fermo in portafoglio.
La crisi energetica e l’aumento del prezzo del petrolio stanno alimentando nuove pressioni inflazionistiche. Di conseguenza i mercati stanno scommettendo sul fatto che Federal Reserve e BCE potrebbero mantenere i tassi alti più a lungo del previsto.
Ed ecco il paradosso: la stessa inflazione che teoricamente dovrebbe favorire l’oro sta anche aumentando le aspettative di rialzo dei tassi. E nel breve periodo questo sta pesando molto sul prezzo del metallo prezioso.
Il ruolo del dollaro e dei Treasury americani
C’è poi un secondo elemento fondamentale: il dollaro americano.
L’oro viene scambiato principalmente in dollari sui mercati internazionali. Questo significa che quando il dollaro si rafforza, comprare oro diventa più costoso per chi investe in euro, yen o altre valute.
E tra marzo e aprile il dollaro si è rafforzato proprio grazie ai flussi verso gli asset americani considerati più sicuri.
Inoltre, oggi gli Stati Uniti si trovano in una situazione energetica molto diversa rispetto al passato. Grazie al fracking e all’aumento della produzione interna, gli USA sono diventati esportatori netti di petrolio e gas in diverse fasi recenti. Questo fa sì che un aumento del prezzo dell’energia possa addirittura rafforzare il dollaro invece di indebolirlo.
Di conseguenza, nei momenti di forte tensione geopolitica, può verificarsi una situazione apparentemente assurda:
gli investitori vendono oro… per comprare dollari o titoli di Stato americani.
Perché oggi l’oro non compete soltanto con le azioni. Compete anche con:
- il dollaro;
- i Treasury americani;
- gli strumenti che beneficiano di tassi elevati.
E in questa fase molti investitori stanno preferendo proprio questi asset.
L’oro resta un bene rifugio? Sì, ma non nel modo che immagini
Questo non significa che l’oro abbia perso il suo ruolo strategico.
Nel lungo periodo continua a essere utilizzato da investitori e banche centrali come protezione contro:
- inflazione persistente;
- perdita di fiducia nelle valute;
- eccesso di debito pubblico;
- instabilità finanziaria globale.
Non a caso, negli ultimi anni paesi come Cina, India e Russia hanno aumentato le proprie riserve auree anche per ridurre la dipendenza dal dollaro.
Il problema è che spesso si confonde il comportamento di breve periodo con quello di lungo periodo.
Nel breve, il prezzo dell’oro dipende da:
- tassi di interesse;
- forza del dollaro;
- liquidità globale;
- aspettative sulla politica monetaria.
Ed è proprio questo il punto più importante:
i mercati non reagiscono soltanto agli eventi. Reagiscono soprattutto alle aspettative sul futuro.
Per questo oggi possiamo avere contemporaneamente:
- guerra;
- crisi energetica;
- tensioni geopolitiche;
- e un oro che non sale come molti si aspettavano.
Anzi, nei momenti di forte stress finanziario gli investitori possono perfino vendere oro per ottenere liquidità immediata. È successo nel 2008 ed è successo anche durante il panico iniziale della pandemia.
La vera lezione quindi è che i mercati sono molto più complessi degli slogan semplici tipo: “c’è paura, quindi l’oro sale”.
Perché tra inflazione, dollaro, tassi e politica monetaria, anche il principale bene rifugio del mondo può attraversare fasi di forte volatilità proprio quando tutti si aspettano il contrario.
