Una nuova bolla tecnologica?

Le 7 big tech valgono più di tutta l’economia dell’UE. Siamo davanti a una bolla o a un nuovo ordine globale?

Sulla stampa, al momento leggiamo che il valore di borsa delle sette società tecnologiche più importanti: Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon, Meta e Tesla, ha superato l’intero PIL dell’Unione Europea. Un traguardo che da solo basterebbe a raccontare l’era in cui viviamo: quella del dominio tecnologico. Ma dietro l’euforia dei mercati, c’è una domanda che torna sempre più spesso: stiamo assistendo a una nuova bolla tecnologica, o è in corso una trasformazione strutturale dell’economia globale?

Capire questi cambiamenti è fondamentale per chi vuole orientarsi nel presente e prepararsi al futuro.

Le dimensioni del fenomeno

Alla chiusura del 2 ottobre 2025, i Magnifici Sette valevano insieme oltre 20,8 trilioni di dollari, più di tutta la produzione economica dell’Unione Europea.
La sola Nvidia, al 7/11, l’azienda di maggior valore al mondo, capitalizza più di 5 trilioni di dollari, più del PIL della Germania (4,66) per intenderci.  Ok, è un confronto che aiuta a capire la scala, ma non è un paragone perfetto: ricordiamoci che capitalizzazione = valore che il mercato dà all’azienda, PIL = flusso di produzione economica in un anno. Però insomma, ci siamo capiti… qui si parla di numeri importanti.

Parliamo quindi di un dato che, al di là del simbolismo, mostra quanto il settore tecnologico sia diventato il motore della crescita globale.
Ma allo stesso tempo, sta alimentando i timori di un eccesso speculativo.

Per capirlo meglio, dobbiamo tornare indietro nel tempo.

Un po’ di storia: dalla bolla dot-com all’intelligenza artificiale

Guardando l’andamento degli indici di mercato S&P 500 e NASDAQ 100, si nota un pattern chiaro.
Negli anni ’90, l’euforia per Internet creò la bolla delle dot-com, esplosa poi nel 2001.
Dopo quel crollo, le aziende tech si mossero in linea con il resto della borsa fino alla crisi del 2008.

Ma proprio dopo il 2008, con la diffusione degli smartphone, dei social media e del cloud, il settore tecnologico iniziò a crescere a un ritmo molto più veloce del resto dell’economia.

Poi arrivò la recente pandemia. E nel giro di pochi mesi, il digitale smise di essere un settore “avanzato” diventando di fatto un’infrastruttura vitale. Smart working, e-commerce, streaming, logistica automatizzata…il mondo intero cominciò a funzionare attraverso la tecnologia.

I profitti esplosero e le big tech si consolidarono come le nuove multinazionali di riferimento, al pari, se non oltre, delle grandi banche e compagnie energetiche del secolo scorso.

Poi, nel 2022, la guerra in Ucraina e l’aumento dei costi energetici hanno temporaneamente frenato questa crescita. Ma la spinta è tornata con forza grazie all’intelligenza artificiale generativa.

Da quando OpenAI ha lanciato ChatGPT nel novembre 2022, si è scatenata una vera e propria corsa all’oro digitale.
Una nuova rivoluzione tecnologica, in cui ogni azienda, grande o piccola, vuole partecipare.

Nel frattempo, solo gli annunci dei dazi voluti dal presidente Trump hanno causato qualche pausa nei mercati. Ma non un rallentamento strutturale.

L’ascesa dell’intelligenza artificiale: rivoluzione o bolla?

Secondo il Sole 24 Ore, l’ascesa dell’intelligenza artificiale generativa ha generato un mercato potenziale da mille miliardi di dollari.
Ma, dietro la promessa di progresso e produttività, si sta formando una rete di finanziamenti interdipendenti e circolari che sta preoccupando analisti e osservatori.

Al centro di questo sistema ci sono Nvidia e OpenAI. La prima fornisce i chip indispensabili per addestrare i modelli di intelligenza artificiale; la seconda li utilizza su scala mondiale per sviluppare applicazioni sempre più potenti.
E il legame tra le due è sempre più stretto. L’una dipende sempre di più dall’altra.

Un esempio emblematico è il fatto che Nvidia ha accettato di investire fino a 100 miliardi di dollari in OpenAI per la costruzione di enormi data center. OpenAI, in cambio, riempirà quei data center con milioni di chip di, indovinate un po’, Nvidia.

E non è finita qui:
OpenAI ha firmato accordi simili con AMD e Oracle, per centinaia di miliardi di dollari, creando una catena di scambi finanziari interni in cui i soldi girano, sì, ma tra le stesse aziende.
Nvidia, dal canto suo, ha investito in CoreWeave, che fornisce servizi cloud ad OpenAI.

Insomma: un sistema dove le stesse aziende si finanziano, acquistano e si sostengono reciprocamente, alimentando un ciclo di crescita apparentemente infinito — ma potenzialmente fragile. Cade una, cadono tutte.

Gli analisti di Bloomberg hanno definito questa dinamica come una “rete circolare di finanziamenti”. Un circuito in cui i colossi della tecnologia si prestano soldi, si acquistano prodotti a vicenda e reinvestono in società che li riforniscono.

Sulla carta, è un “circolo virtuoso”: ogni investimento genera ulteriore domanda.
Ma nella pratica, è una catena che amplifica i rischi sistemici.
Se uno dei grandi attori dovesse incepparsi, l’effetto domino potrebbe essere devastante.

E qui torna la domanda di fondo: siamo davvero davanti a un’innovazione sostenibile, o a una cattedrale finanziaria costruita su accordi reciproci e aspettative di crescita infinita?

I segnali del rischio

Mai prima d’ora era stato speso così tanto denaro, in così poco tempo, per una tecnologia che, sebbene promettente, non ha ancora dimostrato pienamente la sua capacità di generare profitti stabili.
OpenAI, per esempio, continua a bruciare liquidità e non prevede di diventare profittevole prima della fine del decennio.

L’economista Paulo Carvao, di Harvard, sottolinea che il contesto attuale presenta analogie con la bolla delle dot-com di fine anni ’90, quando gli accordi circolari tra startup servivano più a gonfiare le valutazioni che a creare valore reale.
Oggi le aziende AI producono software e hardware tangibili, certo, ma la scala e la velocità degli investimenti ricordano dinamiche già viste.

La questione etica

E qui entra in gioco la dimensione etica.
Come ha sottolineato il Sole 24 Ore, questa “macchina del denaro dell’AI” non è solo una catena di investimenti, ma un sistema centralizzato che controlla capitali, dati e infrastrutture globali.

Le stime che parlano di un mercato da mille miliardi di dollari si basano su diverse analisi: il rapporto di McKinsey & Company calcola che l’intelligenza artificiale generativa possa aggiungere tra 2,6 e 4,4 trilioni di dollari l’anno all’economia mondiale, analizzando 63 casi d’uso in 16 funzioni aziendali; la Bloomberg Intelligence proietta un mercato da 1,3 trilioni di dollari entro il 2032, mentre Bain & Company stima un valore compreso tra 780 e 990 miliardi entro il 2027, considerando l’hardware e il software legati all’IA.

Un’analista di Bernstein Research ha affermato che Sam Altman, CEO di OpenAI, ha oggi il potere di “far crollare l’economia globale per un decennio o di condurci nella terra promessa dell’intelligenza artificiale”. Un potere enorme, concentrato in poche mani.

E mentre i governi adottano un atteggiamento laissez-faire, desiderosi di vedere il successo delle aziende americane, la domanda morale resta aperta: può il futuro tecnologico reggersi su queste fondamenta finanziarie?

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