Meglio puntare su azioni sottovalutate o su aziende che crescono a razzo? Da decenni investitori e analisti si dividono tra due scuole di pensiero: Value e Growth.

Non sono etichette rigide, ma due modi opposti di scegliere i titoli su cui puntare.
Value significa investire in azioni di società che, in base ai loro fondamentali (come utili, fatturato, patrimonio), hanno un prezzo di Borsa relativamente basso rispetto al loro valore reale. In altre parole: titoli che sembrano ‘sottovalutati’ dal mercato.
Value e Growth: due stili, due logiche
Growth vuol dire azioni di società che stanno crescendo velocemente e per cui il mercato accetta valutazioni più alte. Per capirci, tra i Value compaiono spesso banche e industria (JPMorgan, Exxon Mobil, Toyota), mentre tra i Growth dominano tecnologia e comunicazione (Nvidia, Amazon, Microsoft, Alphabet).
Come capiamo se un’azione è “a buon prezzo” oppure “cara”? Entrano in gioco i “multipli”. Il price to book (P/B) è il rapporto tra prezzo di borsa e patrimonio netto per azione: se pago 20€ per un’azione che ha 10€ di patrimonio contabile, il P/B è 2. Il price to earnings guarda al prezzo rispetto agli utili: se il titolo costa 100€ e l’azienda guadagna 5€ per azione, il P/E è 20. Il forward P/E usa le stime di utili dei prossimi 12 mesi. Questi rapporti servono a costruire punteggi che spostano i titoli in una corsia o nell’altra.
Come funzionano gli indici e perché lo stile cambia nel tempo
In pratica, come funzionano questi indici? L’S&P parte sempre dall’universo dell’S&P 500 e, per ognuna delle 500 azioni, calcola due punteggi: uno legato allo stile Value e uno legato allo stile Growth. Per il lato Value considera quanto l’azienda “costa” rispetto ai suoi fondamentali, cioè patrimonio, utili e ricavi rapportati al prezzo. Per il lato Growth invece valuta quanto l’azienda mostra potenziale di crescita, guardando alla variazione delle vendite, all’aumento degli utili rispetto al prezzo e anche all’andamento recente del titolo. Da questa doppia analisi nascono due indici derivati: l’S&P 500 Value e l’S&P 500 Growth. Non si tratta di panieri diversi dal “genitore”: i titoli sono gli stessi, ma cambiano i pesi assegnati. Se un’azione ottiene un punteggio Value più alto, peserà di più nel Value; se ottiene un punteggio Growth più alto, peserà di più nel Growth. Alcune aziende hanno caratteristiche miste e quindi compaiono in entrambi gli indici, ma con importanza diversa.
Esistono anche le versioni “Pure”, che prendono solo i titoli più “estremi” e li pesano in proporzione alla loro purezza di stile. Gli indici vengono rivisti e ribilanciati periodicamente. Un’altra società molto importante è MSCI, che fa un lavoro simile con criteri propri. Le sue “ricette” sono diverse da quelle di S&P, ma l’idea non cambia: misurare quanto un’azienda assomiglia allo stile Value o allo stile Growth.
Molti portafogli si appoggiano a indici globali costruiti con la logica della capitalizzazione: più grande è una società in Borsa, maggiore è il suo peso nell’indice. Questo approccio, però, porta a una forte concentrazione sugli Stati Uniti e, negli ultimi anni, su aziende a vocazione Growth, soprattutto nel settore tecnologico. Se non sai davvero cosa c’è dentro l’indice che stai usando, rischi di avere un’esposizione sbilanciata verso un determinato stile senza nemmeno accorgertene. Conoscere come vengono assegnati i punteggi e come gli indici sono strutturati significa invece sapere quale “carrello della spesa” stai portando a casa quando investi.
Perché a volte vince il Value e a volte vince il Growth? Dipende da come attualizzi i flussi di cassa futuri. Quando i tassi sono bassi e stabili, gli utili lontani nel tempo valgono di più oggi e i titoli Growth tendono a cavarsela meglio. Quando inflazione e tassi salgono, gli utili molto lontani vengono scontati di più e in media soffrono di più, mentre reggono meglio società che generano flussi più vicini e prevedibili, spesso classificate Value. Non è un interruttore acceso o spento: è un equilibrio che si sposta con condizioni finanziarie e utili.
Rischi, differenze e scelte consapevoli
Se guardiamo alla storia, chi ha vinto di più nel lungo periodo, Value o Growth? In lunghi archi temporali la ricerca ha osservato un “premio Value”, cioè rendimenti medi più alti per portafogli costruiti su fondamentali “a sconto”. Non vuol dire che accada sempre e ovunque. Negli Stati Uniti, per esempio, gli ultimi dieci anni hanno visto una netta prevalenza del Growth. Se guardiamo ai dati aggiornati dei fondi che replicano i due indici S&P 500 in versione Growth e in versione Value, il paniere Growth ha fatto circa 15,8% l’anno su dieci anni, il paniere Value circa 10,3% l’anno.
Sono numeri dell’ultimo decennio, non una promessa per il prossimo: servono a capire quanto può essere ampia la forbice quando il ciclo spinge da una parte.
C’è un dettaglio importante: non basta un numero per dire se un’azione è Value. Il price to book è semplice e utile, ma ha un grosso limite. Non considera il valore dei beni intangibili creati all’interno dell’azienda, come software, marchi, brevetti o capitale umano. Questo fa apparire “care” molte aziende moderne anche quando non lo sono in termini di capacità di generare cassa. Per questo tanti indici Value moderni combinano più metriche, includono utili attesi o flussi di cassa e ribilanciano periodicamente per correggere distorsioni. È anche il motivo per cui due ETF “Value” possono dare risultati diversi: metodologie diverse, selezioni diverse.
Perché c’è differenza di rendimento tra Value e Growth? In sintesi, convivono due spiegazioni. La prima è legata al rischio: settori più ciclici e bilanci più fragili richiedono, in media, un rendimento atteso più alto per compensare chi li detiene nei periodi duri. La seconda è legata ai comportamenti: nei momenti di entusiasmo il mercato tende a pagare molto per storie di crescita e a scontare troppo ciò che è in difficoltà, generando sfasamenti di prezzo che poi rientrano. Le evidenze a favore di entrambe esistono e cambiano peso a seconda di periodo e area. Non c’è un premio “gratis”: c’è rischio diverso e aspettative che non sempre si avverano.
Attenzione però: sia Value sia Growth hanno rischi concreti. Nel Value puoi incappare nelle classiche value trap, società che sembrano a buon prezzo solo perché i fondamentali peggiorano in modo strutturale. Esempio: un produttore di DVD mentre esplodeva Netflix. A bilancio sembrava economico, ma il modello era superato. Nel Growth il rischio speculare è pagare caro utili futuri che poi non arrivano: pensiamo a startup non profittevoli o a storie che creano “hype” e poi deludono le attese.
In pratica, cosa ti serve sapere: primo, leggi sempre la metodologia dell’indice che stai comprando con l’ETF. Capisci quali indicatori usa per assegnare i punteggi, ogni quanto ribilancia, se ammette sovrapposizioni tra Value e Growth o se prende solo gli estremi. Secondo, accetta la ciclicità: non esiste una corsia che vince sempre. Se oggi il tuo portafoglio globale pesa molto Growth per effetto della capitalizzazione, puoi restare neutrale e tenere la ponderazione di mercato, oppure inclinare leggermente verso Value o verso combinazioni di stili che storicamente si compensano, per esempio Value e Momentum. Terzo, ricorda che le imposte colpiscono i rendimenti allo stesso modo a parità di strumento; non esiste una tassazione “pro Value” o “pro Growth”. La differenza pratica è tra fondi a distribuzione e ad accumulazione dei proventi: cambia la forma in cui incassi e quando, non lo stile.
Alla fine, conta capire come sono costruiti gli indici che usi, quali rischi comportano, quanta rotazione richiedono e quanta concentrazione settoriale introducono. Significa anche accettare che per anni uno stile possa rimanere indietro e prepararsi a mantenerlo comunque, senza inseguire l’ultimo titolo di giornale. Se vuoi riequilibrare un’esposizione oggi molto orientata al Growth, una lieve inclinazione verso il Value può riportare equilibrio; se preferisci la semplicità, restare vicino alla ponderazione di mercato e contenere i costi resta un approccio solido. La scelta migliore è quella che conosci bene e che sei disposto a mantenere quando non va di moda.
